sabato 4 dicembre 2010

buona domenica



"GESU' DI NAZARET" DI JOSEPH RATZINGER-BENEDETTO XVI

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31)

In questa storia ci troviamo un’altra volta di fronte a due figure contrastanti: il ricco che gozzoviglia nella sua agiatezza e il povero che non può nemmeno afferrare i bocconi che i ricchi crapuloni buttano dal tavolo, i pezzetti di pane con cui i commensali, secondo il costume del tempo, si pulivano le mani e che poi buttavano via. I Padri, in parte, hanno inquadrato anche questa parabola nello schema dei due fratelli applicandola al rapporto tra Israele (il ricco) e la Chiesa (il povero Lazzaro), perdendo però in questo modo la tipologia completamente diversa che qui è in gioco.

Lo si vede già nella differente conclusione. Mentre i testi sui due fratelli restano aperti, terminando come domanda e invito, qui viene descritta la fine irrevocabile di entrambi i protagonisti.

Come sfondo che schiude a noi la comprensione di questo racconto dobbiamo considerare la serie di Salmi nei quali si leva a Dio il lamento del povero che vive nella fede in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti ma conosce solo sventura, mentre i cinici che disprezzano Dio passano da un successo all’altro e godono tutta la felicità della terra. Lazzaro fa parte di quei poveri, la cui voce udiamo per esempio nel Salmo 44: «Ci hai resi la favola dei popoli, su di noi le nazioni scuotono il capo. [...]Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello» (v. 15-23; cfr. Rm 8,36). L’antica sapienza di Israele si fondava sul presupposto che Dio premia il giusto e punisce il peccatore, che cioè al peccato corrisponde l’infelicità e alla giustizia la felicità. Almeno dal tempo dell’esilio, questa sapienza era entrata in crisi.

Non solo Israele come popolo nel suo insieme pativa più dei popoli che lo circondavano, che lo avevano costretto all’esilio e lo opprimevano, anche in ambito privato diventava sempre più evidente che il cinismo è vantaggioso e che, in questo mondo, il giusto è destinato alla sofferenza. Nei Salmi e nella tarda letteratura sapienziale assistiamo alla faticosa ricerca di sciogliere questa contraddizione, a un nuovo tentativo di diventare «saggi», di comprendere la vita in modo corretto, di trovare e intendere in modo nuovo Dio, che sembra ingiusto o del tutto assente.

Uno dei testi più penetranti di questa ricerca, il Salmo 73, sotto certi aspetti può essere considerato come lo sfondo culturale della nostra parabola. Vediamo quasi stagliarsi innanzi a noi la figura del ricco epulone, del quale l’orante – Lazzaro – si lamenta: «Ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Non c’è sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono l’affanno dei mortali [...]. Dell’orgoglio si fanno una collana [...]. Esce l’iniquità dal loro grasso [...]. Levano la loro bocca fino al cielo [...]. Perciò seggono in alto, non li raggiunge la piena delle acque. Dicono: "Come può saperlo Dio? C’è forse conoscenza nell’Altissimo?"» (Sal 73,3-11).

Il giusto sofferente guarda Dio

Il giusto che soffre e vede tutto ciò corre il pericolo di smarrirsi nella sua fede. Davvero Dio non vede? Non sente? Non lo preoccupa la sorte degli uomini? «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore [...]poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. [...]Si agitava il mio cuore» (Sal 73,13s.21). Il cambiamento improvviso sopraggiunge quando il giusto sofferente nel santuario volge lo sguardo verso Dio e, guardandolo, allarga la sua prospettiva. Adesso vede che l’apparente intelligenza dei cinici ricchi di successo, osservata alla luce, è stupidità: questo genere di sapienza significa essere «stolti e non capire», essere «come una bestia» (cfr. Sal 73,22). Essi rimangono nella prospettiva delle bestie e hanno perduto la prospettiva dell’uomo che va oltre l’aspetto materiale: verso Dio e la vita eterna.

A questo punto ci tornerà alla memoria un altro Salmo, in cui un perseguitato dice alla fine: «Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre, se ne sazino anche i figli [...]. Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza» (Sal 17,14s). Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà.

Di questo destarsi nella preghiera parla il Salmo 73. Ora, infatti, l’orante vede che la tanto invidiata felicità dei cinici è solo «come un sogno al risveglio»; vede che il Signore, quando sorge, fa «svanire la loro immagine» (Sal 73,20). E adesso l’orante riconosce la vera felicità: «Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. [...] Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. [...] Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,23.25.28).

Queste non sono soltanto belle parole per far sperare nell’aldilà, bensì è il destarsi alla percezione della vera grandezza dell’essere uomo, della quale naturalmente fa parte anche la vocazione alla vita eterna.

Ogni invidia è superata

Con ciò solo apparentemente ci siamo allontanati dalla nostra parabola. In realtà, con questa storia il Signore ci vuole introdurre proprio nel processo del «risveglio» che ha trovato la sua espressione nei Salmi. Non si tratta di una condanna meschina della ricchezza e dei ricchi, generata dall’invidia. Nei Salmi su cui abbiamo brevemente riflettuto ogni invidia è superata: anzi, all’orante si rende ovvio che l’invidia per questo genere di ricchezza è stolta, perché egli ha conosciuto il vero bene.

Dopo la crocifissione di Gesù incontriamo due uomini benestanti – Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – che hanno trovato il Signore e sono persone che stanno «risvegliandosi». Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza, ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene. E così, anche se ciò non si trova nel testo, possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto, che nei suoi stravizi voleva solo soffocare il vuoto che era in lui: nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua. Naturalmente questa parabola, risvegliandoci, è al contempo anche un’esortazione all’amore che dobbiamo donare ora ai nostri fratelli poveri e alla responsabilità nei loro confronti – su ampia scala, nella società mondiale – così come nell’ambito ridotto della nostra vita di tutti i giorni.

La richiesta di segni

Nella descrizione dell’aldilà, che segue poi nella parabola, Gesù si attiene ai concetti correnti nel giudaismo del suo tempo. Pertanto non è lecito forzare questa parte del testo: Gesù adotta gli elementi immaginifici preesistenti senza con questo elevarli formalmente a suo insegnamento sull’aldilà. Approva, tuttavia, chiaramente la sostanza delle immagini. Pertanto non è privo d’importanza il fatto che Gesù riprenda qui le idee dello stato intermedio tra morte e risurrezione, che ormai erano diventate patrimonio comune del giudaismo. Il ricco si trova nell’Ade come luogo provvisorio, non nella «geenna» (l’inferno), che è il termine per lo stato definitivo.

Gesù non conosce una «risurrezione nella morte». Ma, come detto, non è questo il vero insegnamento che il Signore ci vuole trasmettere con questa parabola. Come ha illustrato in modo convincente Jeremias, si tratta piuttosto, in un secondo vertice della parabola, della richiesta di segni.

L’uomo ricco dice dall’Ade ad Abramo quello che, allora come oggi, tanti uomini dicono o vorrebbero dire a Dio: se vuoi che ti crediamo e che conformiamo la nostra esistenza alla parola di rivelazione della Bibbia, allora devi essere più chiaro. Mandaci qualcuno dall’aldilà che ci possa dire che è davvero così. Il problema della richiesta di segni – la pretesa di una maggiore evidenza della rivelazione – pervade l’intero Vangelo. La risposta di Abramo, come, al di fuori della parabola, quella di Gesù alla richiesta di segni da parte dei suoi contemporanei, è chiara: chi non crede alla parola della Scrittura, non crederà nemmeno a uno che venga dall’aldilà. Le verità più sublimi non possono essere costrette alla stessa evidenza empirica che, appunto, è propria solo della dimensione materiale.

Abramo non può mandare Lazzaro nella casa paterna dell’uomo ricco. Ma ora ci viene in mente una cosa che ci colpisce. Pensiamo alla risurrezione di Lazzaro di Betania, narrata nel Vangelo di Giovanni. Che cosa succede? «Molti dei Giudei [...]credettero in lui», ci racconta l’evangelista. Vanno dai farisei e riferiscono l’accaduto. Il Sinedrio si riunisce per discuterne. La faccenda, in quella sede, viene considerata sotto l’aspetto politico: un movimento del popolo, che può risultarne, potrebbe chiamare in causa i romani e generare una situazione pericolosa. Così si decide di uccidere Gesù: il miracolo non porta alla fede bensì all’indurimento (Gv 11,45-53).

mercoledì 1 dicembre 2010

NEVE CHE CADE



Neve che cadi e che porti letizia

non dirmi che rimi solo con liquirizia.

Ma anche se fosse l'unica rima,

io sono contento, assai, più di prima !



Ecco la neve che cade dal cielo,

cade sui monti e porta il suo gelo,

cade su tutto e non so come sia

a tutti i bambini lei porta allegria.



Dalle nuvole scendono fiocchi ovattati,

dalla Terra salgono sguardi beati,

sguardi sinceri, sguardi piccini,

la gioia di sempre, di tutti i bambini.



Gioia fatta di poco, di sola allegria,

e scende nel cuore

con la stessa freschezza,

di un fiocco di neve o di una carezza.

QUANTA NEVE



Forse noi uomini abbiamo un grande bisogno di incanto, di meraviglia, di intimità, di calore, di sogno, di allegria, di gioco ...

e la neve viene forse a colmare questa sete.

La neve muta i contorni delle cose, dà loro una "veste" diversa, pacificata, sembra sospendere il tempo e lo spazio, rapisce dal "normale" succedersi delle cose.

L'aridità del nostro tempo è talmente palpabile, da coinvolgere e muovere anche la natura.

Chissà che la Terra non risponda, per vitale necessità, con un "eccesso" di MAGIA e di INCANTO ?!

domenica 28 novembre 2010

SERENA DOMENICA ANCHE CON IL MALTEMPO


Dalla Prima lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo (capitolo 1, 12-17)

12Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: 13io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; 14così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
15Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
17Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Commento: di Pino Vangone

Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori: il desiderio del Creatore di regalare all'uomo ed alla natura creata la Gioia e l'Amore che albergavano in se stesso sin dalla eternità, lo ha spinto a presentarsi all'uomo faccia a faccia attraverso la persona di Gesù che incarna in se stesso la intera divinità e la intera umanità, ciò al fine di migliorare quel rapporto, Creatore creatura, che possa consentire all'uomo, attraverso una libera scelta, la partecipazione alla vita di Dio, da qui la necessità di Gesù di mettersi alla ricerca proprio di quelli che quel rapporto avevano interrotto: i peccatori.

di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna: pertanto la proposta dello Spirito, di tenere con Gesù un rapporto speciale, non va rifiutata perché è quella che consente all'uomo la partecipazione diretta alla vita di Dio ed essendo quest'ultima eterna lo diventerà anche quella dell'uomo, che risorto alla vita di Dio gusterà una vita concreta, vera, dinamica e ricettiva delle inesauribili ricchezze del Padre .

GLU' _GLU', IL BIBERONCINO BIANCO



In un freddo giorno d’inverno, nacque nel suo mondo di latte un piccolo biberon bianco, proprio tutto bianco.
La sua mamma gli aveva fatto un bel pancino tondo tondo, due gambette lunghe lunghe ed una boccuccia a forma di cuore. Gli aveva messo in testa un bel cappellino, bianco anche quello, per ripararlo dal freddo e dalla neve.
Com’era bello questo simpatico amico dei bambini, nella sua vestina candida e quel grande sorriso! Lo portarono in un lussuoso negozio, nel centro di una rumorosa città.
Glù Glù si guardò subito attorno: era circondato da tanti allegri biberon rosa e celesti: rosa per le bimbe e celesti per i maschietti. Egli, così bianco e diverso da loro, avvertì per il corpicino una grande paura. Gli altri biberon erano lunghi e stretti, non avevano un cappellino come il suo e la loro boccuccia non era a forma di cuore.
Che tristezza per il nostro piccolo amico! Nessuno gli assomigliava.
Nel negozio, tutti i giocattoli, le palle, i pesciolini rossi, gli uccellini, i dadi ed i carrettini sembravano volerlo lasciare da parte. I dadi si divertivano ad arrampicarsi l’uno sull’altro, le palle saltellavano coloratissime, gli uccellini svolazzano per ogni angolo della stanza.
Ma il nostro biberon era lì tutto solo su di uno scaffale, in attesa che qualcuno lo salutasse e lo facesse giocare.
A un certo punto, si videro i biberon celesti andare incontro a quelli rosa, si riunirono tutti insieme, parlarono un po’ fra loro e corsero verso Glù Glù.
“Ciao, ci sei simpatico, così diverso, vieni con noi, vieni con noi!”
Glù - Glù si trovò ben presto in mezzo a loro: chi gli accarezzava il pancino, chi gli toccava il cappellino: era tutta una festa! E, come se non bastasse, tutti giocattoli, che finora avevano osservato la scena, si strinsero anch’essi attorno a lui.
Bisogna dire che egli era felice di vedersi gli uccellini svolazzare sulla testa, i carrettini corrergli attorno, le palle saltellare fra le sue gambette. Che festa per tutti! Quanti girotondi gioiosi e allegra amicizia in quel negozio della grande città!
E, per brindare a questo nuovo amico, si stapparono allegramente i biberon di latte e tutti offrivano da bere al nostro Glù - Glù, che da quel giorno, dal quel momento non si sentì più solo, ma si trovò a vivere in una grande simpatica famiglia, così cara al cuore di tutti i bambini.
W i biberon, w i giocattoli!

sabato 20 novembre 2010

L'ANGOLO DEI BAMBINI




L’aura delle fate



Avete mai visto una fata? No? Allora vi devo raccontare come sono fatte; altrimenti, se vi capiterà di incontrarle non le riconoscerete.

Le fate hanno un corpo lieve come quello di una farfalla e, intorno a loro brilla una corona di luce che si chiama aura.

L’aura è di diversi colori e si modifica ogni volta che cambia lo stato d’animo delle fate. Se sono felici sarà rosa oppure azzurra, se sono un po’ tristi:

“le fate non sono mai troppo tristi “, avrà sfumature grigine ma quando giocano, intorno ad esse si può ammirare una girandola di colori stupendi che frulla e schizza in ogni direzione come una cascata di fuochi artificiali.

Oggi vi racconterò la storia di Frillina, una giovane fata che si è arrabbiata veramente molto e va in giro con l’aura infiammata di un colore rosso.

L’ira è di questo colore; le sorelle fate, quando la incontrano si tirano da parte, non vogliono avere niente a che fare con la sua collera e le chiedono:

“ cosa ti è successo questa mattina Frillina?” lei risponde in modo veramente antipatico.

Credetemi, ve lo dice una che conosce le fate, è molto raro vederne una così arrabbiata, succede soprattutto a quelle molto giovani.

Le si avvicina una sorella e le suggerisce: “Perché non vai a trovare fata Saggia e ti fai consigliare da lei?”

Fata Saggia è una fata vecchissima, così vecchia che nessuno ne ricorda più il nome.

Essa è la consigliera della comunità che segue con rispetto i suoi suggerimenti.

Abita nel cavo lasciato libero a suo tempo da una famiglia di scoiattoli, nella grande quercia del bosco; un albero vetusto e pieno di conoscenza.Nella sua abitazione si possono trovare libri molto antichi che essa è sempre intenta a leggere e meditare.

Frillina bussò all’uscio, era molto intimidita all’idea di andare a parlare con questa: “ leggenda vivente del bosco “.

Una voce molto dolce disse; “vieni piccola, entra: ”

Entrò, si guardò intorno e rimase colpita dall’atmosfera serena che regnava nella stanza; fata Saggia la guardava sorridendo. Intorno a lei levitava una magica luce dorata e, all’altezza del cuore scaturiva un raggio di luce rosa.

L’aura fiammeggiante della fatina si sbiadì persino un po’.

Fata Saggia aspettò che Frillina si mettesse a suo agio, infine le chiese:

“ cosa ti è successo?” La piccola iniziò a raccontare.

“ Grande Fata, ho litigato con la mia amica Neve, abbiamo discusso animatamente sulla tonalità di verde dei pini e lei sostiene che è molto più scuro di quello dei cipressi. “ Secondo me non capisce assolutamente niente di colori, per giunta vuole sempre avere ragione e questo mi fa infuriare.”

“ Cara “ disse la fata, “ vuoi davvero bene alla tua amica?”

“ si, molto! “

“ Allora non è molto più facile perdonarla che portarti in giro questa rabbia fiammeggiante? E’ proprio così importante per te avere ragione? Lo sai che ognuno di noi ha una sua personale visione della realtà! Un giorno scoprirai che quello che per te è verde per altre fate può essere giallo e per loro è giusto così. Vai dalla tua amica e dille che le vuoi bene e che nessuna stupidaggine vi dividerà più. “

Frillina baciò fata Saggia e la ringraziò commossa.

Uscendo la sua aura era diventata di un bell’azzurro. Volò veloce dalla sua amica Neve, impaziente di fare la pace.

Bambini, è molto più bello, per essere felici perdonare qualche piccola mancanza dei nostri amici che fiammeggiare di rabbia.

BUONGIORNO AMICI INIZIAMO LA SANTA DOMENICA CON UN PENSIERO DI PINO


Prima lettera di San Paolo apostolo a Timoteo (capitolo 1, versetti 1-11)
1
1Paolo, apostolo di Cristo Gesù, per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, 2a Timòteo, mio vero figlio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro.
3Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Èfeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse 4e a non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede. 5Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. 6Proprio deviando da questa linea, alcuni si sono volti a fatue verbosità, 7pretendendo di essere dottori della legge mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che dànno per sicure.
8Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legalmente; 9sono convinto che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, 10i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, 11secondo il vangelo della gloria del beato Dio che mi è stato affidato.


Commento di Pino Vangone
grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro: il maggior augurio per l'uomo è il possedere la grazia di Dio, cioè possedere lo stesso Spirito che anima il suo creatore, che è la Forza che sin dall'eternità, fluttua e risiede nel Padre e nel Figlio e da essi promana a comunicare la pienezza dell'Amore patrimonio esclusivo della stessa Essenza divina. Tale Grazia, accettata dal cristiano, spinge alla conoscenza della persona di Gesù che ti parla del Dio Padre e genera, tra l'altro, la misericordia e la pace di Dio sentimenti ed atmosfere che albergano nella famiglia di Dio della quale il cristiano è parte.

Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera: quanto è difficile la correzione fraterna!, già il rimprovero ed il richiamo in via ordinaria è una questione complicata e difficile, ma quando poi tocca problemi di fede diventa assai delicata, quindi veramente deve sgorgare da, un cuore puro. una buona coscienza e una fede salda, deve trasparire insomma, la massima umiltà per non far sorgere un risentimento nell'ascoltatore che deve avvertire quindi nel fratello tutto l'amore ed il desiderio di riportarlo in sintonia con lo Spirito che prontamente completerà l'opera.

lunedì 15 novembre 2010

PER NON DIMENTICARE


A MIO FRATELLO
Il sedici di novembre mi hai lasciata,
che dolore al cuore ho sentito,
ho pregato, ho pianto,
ma tu non sei tornato.
ancora piango, mi dispero,
il dolore non si placa e mi chiedo,
se mai ti rivetrò fratello mio.
Poi ho capito,
il tuo cuore si era spezzato,
ora ti chiedo fratello caro,
dove sei, sei felice?
Si, sono sicura sai perchè?
hai tuo figlio accanto a te.
MIMMA

sabato 13 novembre 2010


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 21,5-19.
Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse:
«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli.
Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno,
e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome.
Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa;
io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi;
sarete odiati da tutti per causa del mio nome.
Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà.
Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime.

CATTIVERIA



Dimmi cosa rinchiude il tuo cuore?
Odio? Amore? Silenzi?
No!! cattiveria:
Invano ho cercato di entrare per darti amore,
tu non me lo hai permesso.
Non ho trovato ne porte o finestre aperte,
tutto chiuso,sprangato,sigillato,
o provato a passare da quel filo conduttore
che porta al cervello per farti capire,
solo per parlarti ma li...
solo odio e silenzio.
Oh bussato e ribussato...nulla,
aprimi, fammi entrare.
Ecco uno spiraglio,mi stai aprendo?
entro in punta di piedi per non fare rumore,
ti porgo il mio amore,
tu mi porgi la tua cattiveria.
MIMMA